«Ho avuto trenta apparizioni… ». La frase ti sorprende, pensi alla Madonna di Gibilmanna, ad eventi miracolosi, a un visionario, ad una fede esaltata. Ciccio da Cefalù si gode il tuo stupore, e aspetta che sia formulata la domanda: «Come? ». «Apparizioni televisive». Ride, felice per l’effetto della parola volutamente ambigua. Siamo in un negozietto di scarpe al lungomare.
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Finirono la serata in pizzeria e nacque la prima fornitura di scarpe per i piloti. Ciccio da Cefalù nel mondo automobilistico è divenuto famoso, molte riviste specializzate gli hanno dedicato ampi articoli. In un rotocalco tedesco ci mostra un titolo a tutta pagina: Was haben Hugo Chavez, der Herzog von Kent und Niki Lauda gemeinsam? L’articolo racconta che ad accomunare il defunto presidente del Venezuela, il duca di Kent, che guidava un’Alfa Romeo, e il campione automobilistico erano proprio le scarpe di Ciccio. Il duca gli ha anche inviato una letterina autografa di ringraziamento. Il nostro scarparo è stato inserito nell’elenco dei beni immateriali dell’umanità. «Sono un tesoro umano vivente, il riconoscimento è arrivato nel 2011 quattro anni prima che il Duomo di Cefalù fosse dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità». Questa sapienza artigianale, come tante altre della Sicilia, purtroppo non avrà seguito, lo scarparo non ha figli né allievi.
E vuol dire che era povero. Anche lui gioca sull’ambiguità delle parole. Così come a una svista linguistica è legato il suo soprannome. Aveva firmato la lapide di marmo dedicata al barone Mandralisca nell’ingresso del municipio, concludendo aulicamente con «dettò Salvatore Termine». Poiché lo scalpellino aveva dimenticato l’accento, il professore si guadagnò il nomignolo di Detto. Ora l’errore è stato corretto. Per un capriccio del destino a Cefalù i calzolai e i loro figli sono custodi della memoria. Alla luce dei nostri incontri fortuiti si capisce perché, in un racconto di “Ombelichi tenui” di Antonio Castelli, sia uno scarparo ad assumersi il compito di scrivere l’opera De Viris Cornutis, una galleria di generi e sottogeneri di mariti e affini traditi da tramandare ai posteri.
Per descrivere il carattere dei cefaludesi si richiama a Michelangelo Buonarroti che ebbe tra i suoi collaboratori Jacopo Lo Duca, il quale, nato a Cefalù. fu scultore, architetto e, forse, anche poeta. Tramita l zio sacerdote entrò nella bottega del genio dove rimase fino alla morte del maestro (1564). Secondo il professore fu scelto «perché buono come tutti i cefaludesi». Secondo Vasari, suo contemporaneo, Michelangelo lo apprezzava per l’abilità nell’arte della fusione in quanto «fa che vengono le cose sottilissimamente senza bave, che con poca fatica si rinettano; che in questo genere è raro maestro». Salvatore Termine fa una pausa, teme di annoiare. «In vecchiaia si è in eccesso ciò che si era». Ha insegnato a generazioni di giovani. Si commuove sempre quando qualcuno, ormai maturo e di successo, lo ferma per strada per ringraziarlo. Non mancano neanche i ricordi tristi. «Ho avuto due o tre alunni morti per mafia». Siamo pur sempre alle pendici delle Madonie.
Lascia Cefalù chi lo ritiene troppo angusto per la grandezza delle proprie ambizioni. L’emigrazione alla ricerca di pane e lavoro appartiene al passato. Le mete erano Argentina, il Nord Europa, Chicago, Baltimora, New Orleans, qui la comunità celebra la festa del Santo Salvatore patrono di Cefalù. Enrico Deaglio in un libro ha rievocato una storia terribile di razzismo: a Tallulah in Louisiana nel 1899 furono linciati cinque cefaludesi perché una capra dava fastidio a un dottore. Non ci furono né colpevoli né condanne. Per le proteste dell’Italia, il caso si chiuse con un risarcimento economico. Cefalù è una città linda, un po’ artificiale come tutti i luoghi turistici, stretta tra il mare e la rocca sovrastata dai ruderi del castello, con il Duomo che come una fortezza veglia sulle anime dei cittadini.
Qui storia e leggenda s’intrecciano strettamente. La cattedrale stessa si tramanda sia stata voluta nel 1131 da Ruggero II per sciogliere un voto, dopo essere scampato ad una tempesta in mare. Nel catino dell’abside la figura maestosa del Cristo Pantocratore nella mano sinistra regge un Evangelario su cui, in greco e latino, è scritto: «Io sono la luce del cosmo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Cefalù è protetta dal fulgore divino, ma a pochi passi dal Duomo nel Museo del barone Mandralisca c’è di fatto un’altra dichiarazione di fede laica nel potere dell’Illuminismo e della scienza positivista ottocentesca, nella loro capacità di migliorare gli esseri umani. Aggirarsi tra le stanze, sotto la guida garbata della professoressa Flora Rizzo, vicepresidentessa della Fondazione, è come ripercorrere gli itinerari della mente geniale del fondatore: malacologo, archeologo dilettante, numismatico, appassionato d’arte, sostenitore di Garibaldi nel 1860, deputato al Parlamento del nuovo Regno d’Italia.
Il cratere del Venditore di tonno, proveniente da Lipari e datato tra il 380 e il 370 avanti Cristo, è una delle attrazioni della collezione archeologica, immagine della continuità di usi e mestieri; notevole anche un cratere che raffigura il ratto di Paride, in cui Elena più che rapita sembra felice di fuggire da un marito noioso e di aver conquistato il bell’imbusto troiano. Un’esposizione temporanea mette in mostra, con la collaborazione del museo di Mirto, gli abiti dell’epoca del barone: rigidi e formali ma con i richiami sottintesi che aggirano la morale. A scrutare in profondità negli abissi della coscienza è lo sguardo inquietante e sornione, di chi molto sa e molto ha visto, del Ritratto d’Ignoto di Antonello da Messina. Davanti a quegli occhi che scrutano in fondo, anche il barone doveva sentire la fragilità del proprio essere e quanto vani fossero i tentativi di catalogare il mondo.
È questo uno dei lati oscuri e misteriosi di Cefalù. Enrico Pirajno di Mandralisca (1809- 1864), non avendo eredi, dieci anni prima di morire stabilì che il suo palazzo fosse destinato all’istituzione di un liceo di cui le sue collezioni sarebbero state un supporto didattico. Così è stato fino al 1933, quando il liceo divenne regio e la fondazione scolastica si trasformò in fondazione culturale. Divenuta statale la scuola si trasferì in nuovi locali e il Palazzo Mandralisca fu adibito solo a museo. Gli occhi del Ritratto d’Ignoto rimandano ad altri occhi, a quelli della stessa figura che guardano dalla copertina del romanzo di Vincenzo Consolo Ritratto d’ignoto marinaio del 1976. Quello sguardo indagatore spiega perché lo scrittore, nato a Sant’Agata di Militello, non abbia resistito al loro richiamo, a esserne ispirato e a farsene interprete. Carica di storia e di fascino sottile, Cefalù è stata la sua vera capitale dell’anima. Intorno a questo mare e a queste colline la sua fantasia ha vagato a lungo.
Altro tema, per il romanzo Nottetempo casa per casa (1992), trasse dalla figura di Aleister Crowley, che nel 1920 fondò l’Abbazia di Thélema, riproposizione dell’utopia del Pantagruel di Rabelais. Nel 1923 fu espulso dall’Italia per volere di Mussolini. L’esoterista inglese, che amava definirsi Grande Bestia 666, era venuto in Sicilia, nella città del Cristo Pantocratore, a cercare le tenebre, a celebrare riti satanici, a praticare con alcune donne e bambini un primitivismo naturista nel culto di Pan, ad adorare il dio egiziano Horus come potenza celeste e il Fallo come motore di tutto. Il suo motto era un sovvertimento della morale: “Fa ciò che vuoi”. La villetta affittata sulla collina, pomposamente denominata Abbazia, è in rovina, immersa tra cespugli ed erbacce.
Nessuno a Cefalù ne vuole parlare. Flora Rizzo, per esempio, dice: «Non so niente e niente ne voglio sapere». Si limita ad ammettere solo che è diffusa la credenza secondo cui, come Torino, Cefalù sia naturalmente disposta alle presenze occulte. L’abbazia è ben misera cosa, i tetti sfondati, le porte sbarrate. Sfidando il terreno scosceso e le spine, vi si accede per un ingresso laterale sul retro. Il pavimento è sconnesso; le pareti scrostate conservano ormai poche tracce degli affreschi osceni, si distingue bene il numero 666 e qualche graffito inneggiante a Belzebù. Niente più di questi ruderi testimonia di quanto effimera fosse l’illusione di Crowley, il suo diavolo qui mostra la sua impotenza. Il clero col silenzio, il perbenismo con la sua tenacia e ipocrisia, l’indifferenza, l’emancipazione dei costumi e il libertinaggio hanno annullata la carica rivoluzionaria di quei messaggi, anche se restano importanti per la storia della cultura. Sul davanzale di marmo di una delle finestre sul davanti, un visitatore nostalgico ha inciso queste parole: Sic transit gloria mundi.